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- LA SORGENTE DEL SILENZIO -

"Un Bambino il Varco tra i Mondi" da un Estratto dal Libro "Storie Cosmiche: Sul Cammino delle Stelle"

05/06/2019

 

"... Siamo a Ferrara, città dell’Emilia-Romagna, a due passi dalle rive del fiume Po, il fiume che gli antichi chiamavano Eridano, nel primo pomeriggio di un giorno di febbraio, dell’anno 1979.

 

Mi ritrovo nel centro di una grande, vasta pianura. In una città circondata da antiche mura. Appaiono strade. Appare l’antica città. I bastioni del suo castello, le strade dimenticate dal tempo.

 

Sbucano biciclette dagli angoli, con una musica di tintinnii metallici. Dopo un attimo scompaiono, girando per invisibili vicoli di sasso. Strade vecchie. Strade antiche.

 

Strade come torrenti di pietra, dove i pioppi cipressini lanciano fontane di rami spogli verso i cieli, in un canto ligneo di scricchiolii ancestrali, che invocano assordanti il ritorno della primavera. Poi ancora il Silenzio. Il cielo si richiude sopra ai miei pensieri.

 

Sono invitato, insieme a mia madre, in una casa, dove vive un'amica di famiglia. È un pomeriggio di fine inverno.

 

Eppure, le mie narici sentono qualcosa di distante, annusano d'istinto un profumo caldo, d'aromi stranieri, come un inebriante sentore di un esotico presagio.

 

Un profumo di terre così lontane, che nemmeno la mia pelle, ora racchiusa in un bozzolo fatto di sciarpe e maglie di lana, può immaginare di toccare, di sfiorare, di accarezzare. Come se, all'improvviso, potessi con i piedi entrare, sprofondare, in grandi orme, abbandonate da misteriosi viandanti senza nome.

 

Quanti passi si odono calpestare, picchiettando, le pietre di antiche strade, lastricate da migliaia di ciottoli. Per poi lasciare tracce per millenni dimenticate. Siete soltanto tracce, siete orme, echi, siete fruscii, tra le bianche nebbie, diventate pietre.        

 

Siete rocce, incise di silenziosi glifi, di marmorei sguardi, di occhi, pupille che osservano l'eternità.

Per ritrovarvi ancora, al prossimo passaggio, nel suono del movimento ciclico di un'epoca. Perché ritorni di nuovo tutto dal principio. Come se lo stesso identico attimo si ripetesse all'infinito. Oltre la vita. Oltre la morte.

 

Fuori. Ora, di nuovo, sono uscito fuori. Mi guardo i piedi. Sono rientrato ancora in questo mondo. Fuoriuscito dal limbo. Dove ogni vita è latente. Dove ogni coscienza, ogni genetica, umana e non umana, rimane in una sospensione vitale. Rimane latente. Forse per sempre. Forse da sempre.

 

Ora sono fuori. Fuori, per le strade, si alza l'umido odore delle piogge appena cadute. La città racchiude in sé, tra i suoi vicoli antichi e sotto gli archi di mattoni cotti, segreti e presenze metafisiche. Poi il fumo delle nebbie invernali lambisce ancora i torrioni del castello incantato, fino a inghiottire, tra i suoi lembi bianchi, anche il suono ruggente delle automobili. Le nebbie invadono tutti gli spazi. Invadono tutto. Rendono invisibili i punti di riferimento, inghiottono le strade, i palazzi, i volti dei passanti infreddoliti.  

 

Nelle nebbie, così bianche di fumo lento, nell'incantesimo sottile, i pensieri sprofondano nell'immensità di ogni cosa. Più giù, nella luce dei secoli, dei millenni, dei milioni di anni perduti, che scivolano nei viottoli, davanti ai diamanti incastonati nei palazzi.

 

La luce è racchiusa nelle pietre, ataviche presenze di uno sguardo che non è mai stato di questo mondo. La luce è nelle pietre.

 

Qualcosa incombe nell'aria della sera, che come d'impulso si apre e si chiude, come il cuore di un racconto, fatto di nuvole e di miraggi.

 

Sempre più giù, nella profondità, nel Silenzio, nell’immenso e unico testimone dell’Assoluto.

Il Silenzio. Unico sopravvissuto alle correnti cosmiche del Nulla.

 

Si avvertono di nuovo lontani i tintinnii dei campanelli delle biciclette che, sferragliando sul ciottolato bagnato, scompaiono all'improvviso nel biancore dell'oblio.

 

Nel cuore precipita o s'innalza, tuffandosi in un mare di bagliori sottili, un'anima.

L’Anima.

 

Entro con mia madre nella casa, dove la luce del primo pomeriggio filtra lentamente. Le tende che ricoprono le finestre lasciano scorgere un cielo tutto bianco.

 

Sta salendo la nebbia e nel mio respiro la odo respirare. La sento, mentre si avvicina, inesorabile, densa.

L’avverto circondarmi, mi avvicina, per portarmi al punto dell’inizio.

 

Ne percepisco l’odore, umido, antico, laddove la sua voce, fatta di nebbia, rimbalza come un’eco tra i battiti del mio cuore.

 

Un battito. Ne avverti l’eco? Nella nebbia. Un battito. Battito. Battito. Battito. E poi scompare. L’eco ha smarrito la strada del ritorno.

 

Mia madre si ritira nel soggiorno, per parlare con l'amica. Rimango così nella stanza di suo fratello. Una stanza vuota, abbandonata. Lui non vive più lì da alcuni anni. Sono solo.

 

Solo e il mio sguardo viene attratto da una macchina da scrivere. Una vecchia Olivetti M40, con i tasti tutti tondi e meccanici, in abito scuro, con i bordi rifiniti in un argento metallico. È lì, in abito da sera, ad accogliermi.

Lei è silenziosa. È lì. Presente. Come se attendesse da secoli, da millenni, da milioni di anni, che le dita delle mani di un essere schiacciassero i suoi polverosi tasti.

 

La vecchia tastiera mi chiama. La sento. La percepisco. Mi attrae. Come il fascino di una risata silenziosa, che distilla velocemente dal vuoto suoni cristallini.

 

Un’attrazione potente, irrinunciabile, verso quella vecchia macchina da scrivere, mi pervade completamente. 

 

Un flusso caldo si diffonde nella mia pancia, mentre un brivido, come una pioggia di piccole schegge di ghiaccio, rotola giù lungo la schiena.

Mi siedo davanti alla macchina da scrivere. Infilo un foglio di carta bianco tra il rullo nero e l'astina a molla di metallo, per fermarlo.

 

Sento un'emozione. Un'emozione strana, ampia, estesa, sconfinata. Come una lunga onda di marea, che in un oceano primordiale cosmico, molto prima della creazione dei mondi e del tempo, mi sommerge tra i suoi enormi flutti.

 

Comincio a premere i tasti della macchina da scrivere. Uno dopo l'altro. Un impulso irrefrenabile muove le mie mani, ma non so che cosa sto per scrivere. Inizio a sentire una sorta di torpore in tutto il corpo, come se fossi ubriaco. Ma non lo sono. Sono un bambino di dieci anni. Non ho mai bevuto vino.   

 

Ora sento il torpore che aumenta, che travalica ogni limite della tranquillità. Riesco appena a vedere qualche lettera d'inchiostro stamparsi sul foglio di carta.   

 

Delle parole senza senso emergono dal bianco profondo del foglio. Come gli ultimi tintinnii di un campanello di una bicicletta, mentre spicca il volo, solcando le onde di fumo bianco delle nebbie, verso lidi misteriosi, verso l'Immensità.

 

Un formicolio in tutto il corpo, come un veloce fremito di vento che, dal Nulla, inizia a sollevarsi, alzandosi di forza e vigore. Pronto per trasformarsi in uno sconvolgente uragano. Una sensazione sconosciuta che scaturisce dal centro della fronte, inonda ogni parte di me.

 

Mi sento cadere. Mi sento cadere giù in cento, mille, miliardi di frammenti. Giù. Sempre più giù. In una caduta libera. Senza fine. Cado attraverso un pavimento che adesso non c'è più. Ora precipito. Sempre più velocemente.

 

Precipito.

 

Precipito. Lucente d'infinite polveri che brillano, come sciami di stelle cadenti, rotolo giù o forse volo. Sì, volo. Volo sempre più su. Tutto si smaterializza. Tutto. Anche il mio corpo. Tutto.

 

Tutto quello che conosco, che ho conosciuto e che conoscerò, la mia famiglia, la scuola, gli ambienti che frequento. La città di Ferrara, avvolta ormai da un mantello di densa nebbia, scompare.

 

Nel Silenzio, si dissolve.Tutto precipita intorno a me.

 

Ovunque e in ogni attimo, il corpo del mondo si dissolve. L’universo intero crolla giù.

 

Sto andando là, sto andando là troppo velocemente. Sto andando come un fulmine. Il cervello mi si spacca.

 

Sto andando là. In un posto che conosco, ma non so dove.

 

In un luogo in cui sono già stato, ma mi è sconosciuto.

 

Sto andando là, volando come un fulmine in un temporale, dove i tuoni sono un canto di un angelo, dove i lampi sono le carezze di un essere dolcissimo e senza nome.

 

Sto andando là, dove cadono le stelle.

 

Là, dove cadono le stelle. ..."

 

Il libro "Storie Cosmiche: Sul Cammino delle Stelle ovvero i Canti della Porta tra i Mondi" è scritto da Roberto Mantovani e Anna Di Natale. Il libro è disponibile nella versione cartacea, in e-book e in PDF oppure in tutti i book store online.

 

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