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- LA SORGENTE DEL SILENZIO -

La Notte Oscura dell’Anima nella Storia di Santi e Mistici

05/01/2020

 Teresa D'Avila

 

Molti personaggi nella storia hanno attraversato la notte oscura dell’anima: Giovanni della Croce, Teresa d’Avila, Francesco d’Assisi, Santa Chiara di Montefalco, Francesca Romana, Maria Maddalena de’ Pazzi, Padre Pio da Montalcino e Madre Teresa di Calcutta.

S. Teresa d’Avila e S. Giovanni della Croce furono la più significativa coppia mistica del Cinquecento spagnolo; entrambi sperimentano e insegnano il metodo che porta alla quiete interiore.

Teresa, fondatrice dell’ordine delle Carmelitane Scalze e Giovanni, suo discepolo, diventa dopo cinque anni dal loro primo incontro, vicario del monastero dell’Incarnazione di cui Teresa è priora e lo sceglie come suo confessore.

In seguito Giovanni subirà la persecuzione da parte dell’ordine non riformato, soffrirà la prigione per otto mesi durante i quali comincerà a comporre i suoi primi poemi spirituali e, dopo la fuga e la riconquistata libertà, avrà anche un non lungo periodo di successo per l’azione di riformatore e per i ruoli di responsabilità assunti. Seguiranno poi nuove ostilità e persecuzioni anche da parte dei confratelli che lo porteranno fino alla morte prematura a 49 anni, mentre otto anni prima era morta Teresa.

Le due grandi personalità carmelitane, pur essendo legate da un profondo rapporto sono molto diversi tra loro: Giovanni non si sofferma troppo sulle pratiche concentrativo - estatiche e, in termini buddhisti, si potrebbe dire che Teresa è soprattutto un’esperta di SAMATHA (concentrazione pacificante) anche se di essa si serve per giungere al vertice dell’esperienza unitiva e, Giovanni che pure parte da Samatha, è invece un esperto di vipassana, cioè della intuizione della natura ultima dell’essere.

Quindi, nei suoi scritti, Giovanni parla di una notte oscura dell’anima come non di un fatto fortuito e inaspettato ma come un percorso fondamentale per l’evoluzione spirituale del discepolo.

Tra gli ostacoli a questo cammino ci sono, non tanto difetti e colpe ma, gli attaccamenti alle persone, al vestire, al mangiare, alla abitazione, al parlare molto, alla curiosità di informarsi, udire, ecc… Tutti questi attaccamenti fanno progressivamente perdere interesse per le “cose celesti” ossia per l’unità con l’Assoluto; se invece l’interesse fondamentale si mantiene, il discepolo viene introdotto in una fase decisiva del percorso che Giovanni chiama “Notte Oscura”; anche se il termine non fu inventato da lui fu, però, proprio Giovanni della Croce a spogliarlo da quella identificazione di sola sofferenza. Anzi ne fu ampliata la visione come l’espressione che comprende tutti i momenti dell’esperienza e quindi anche quella culminante quando diventa “notte pacifica, abissale e oscura intelligenza divina”, allorché l’anima si unisce a Dio trasformata dall’amore.

Oltre a tutto ciò, essa è anche “notte” che è il luogo dove agisce la fede, che procede nell’oscurità, cioè nella non conoscenza dell’obiettivo finale. Inoltre, questa notte ha due modalità che sono l’attiva e la passiva: la prima fatta di opportuni sforzi da parte dell’interessato, la seconda data per grazia.

Secondo S. Giovanni della Croce gli attaccamenti all’amor proprio, ai propri giudizi, alla propria sensibilità, ad alcune nascoste inclinazioni disordinate, difficili da conoscere e da sradicare sono causa di peccato mortale o veniale e impediscono di arrivare all’unione totale con Dio: questa unione consiste nella totale trasformazione della nostra volontà in quella di Dio; quando ciò avviene, non ci sono più due volontà che decidono ma una sola.

Questo processo di purificazione viene chiamato “notte” perché si tratta di distaccarsi da tante cose e, nello stesso tempo, non si è ancora realizzata l’unione perfetta con Dio; per cui essa è duplice: c’è quella dei sensi e quella dello spirito; si esprimono in tempi successivi e sono intervallate da nuove gioie, purificate dalle prove precedenti. Dice S. Giovanni della Croce:

“La purificazione del senso, rispetto a quella dello spirito, è soltanto la porta…. e serve ad accomodare il senso allo spirito, Dio stacca l’anima dalla vita dei sensi per elevarla allo spirito”.

Giovanni Della Croce

 

La notte oscura dei sensi è caratterizzata da un’aridità spirituale prolungata per cui non si sente più il gusto della preghiera e di tante pratiche religiose; questa aridità non è il frutto del peccato, tipica di chi vive nel peccato mortale ma è un’aridità sperimentata dalle anime in grazia e che stanno avanzando nella vita spirituale.

Queste purificazioni durano quanto Dio vuole: per S. Francesco sarebbero durate dieci anni, per S. Teresa d’Avila diciotto, per S. Chiara di Montefalco quindici, per Madre Teresa di Calcutta addirittura trenta; sono una sorta di purgatorio anticipato da cui si esce totalmente trasformati e si è con Cristo una cosa sola.

Nella vita di molti santi si manifesta la “Notte oscura dell’anima”, un’esperienza spirituale difficile e angosciante in cui si alternano sensazioni di smarrimento, aridità, impotenza, dolore e disperazione; una “notte” dei sensi e dello spirito attraverso cui l’inferno e il purgatorio dell’anima sono un passaggio obbligato verso il paradiso dell’illuminazione spirituale e della perfetta unione d’amore con Dio.

 Francesca Romana

 

Una componente tremenda di questa “notte oscura” è costituita da continue vessazioni diaboliche; sono numerosissime le testimonianze a riguardo nella storia di molti santi: Francesca Romana, ad esempio, subì per anni, praticamente fino alla morte, gli assalti del demonio che furono ampiamente documentati nei processi di canonizzazione. Sono momenti tremendi che però i santi hanno saputo superare grazie al loro amore e alla loro fede, senza mai cedere; drammatica fu l’esperienza di un’altra mistica di notevole spessore umanistico, S. Maria Maddalena de’ Pazzi: anche lei dovette affrontare cinque durissimi anni di prova, raccontati nel libro della Probazione, durante i quali dovette lottare contro il demonio e affrontare tentazioni d’ogni genere, contro la purezza e l’umiltà, tentazioni di gola e di disperazione, sperimentando, così, la completa aridità spirituale.

Ad un certo punto fu anche assalita dal dubbio di avere sbagliato tutto scegliendo la vita claustrale tanto che le venne insinuato di “gettare l’abito” e tornarsene a casa; al culmine di queste prove si trovò in preda alla disperazione e arrivò a credere di non salvarsi, si sentiva dannata a tal punto che tentò persino il suicidio.

Poi il Signore le affidò una missione importante, cioè quella di contribuire attraverso la comunicazione di speciali rivelazioni mistiche alla “rinnovazione” di quei settori della Chiesa in cui dilagavano la corruzione, la tiepidezza e la mancanza di unità.

Non fu escluso dalle sofferenze nemmeno S. Francesco, in questo caso al tramonto della sua vita, si trovò di fronte alla sua “notte oscura dell’anima” per cui si sentiva nell’oppressione, nell’angoscia e nel timore di aver sbagliato tutto; l’Ordine sembrava sbriciolarsi e, quella parola ascoltata un giorno era ormai una chimera. Solo, con quell’infinito dolore, mentre il fisico indebolito e stremato pareva rimproverarlo di averlo strapazzato inutilmente: aveva inseguito un sogno e superato di gran lunga le proprie forze; infatti, all’età di diciannove anni, quand’era studente a Parigi, aveva attraversato una profonda crisi circa la predestinazione; si domandava se avrebbe potuto rimanere separato da Dio per tutta l’eternità.

L’angustia morale e spirituale in cui era caduto fu talmente grande che si ammalò e non riuscì più né a dormire né a mangiare; la crisi si risolse soltanto quando si abbandonò totalmente all’amore di Dio, pregandolo che gli desse la grazia di amarlo qui e ora se non avesse potuto farlo per l’eternità.

Francesco uscì da questa “notte oscura” con due profonde convinzioni: la sua radicale dipendenza da Dio e una totale fiducia in lui; la sua spiritualità è tutta basata sulla bontà di Dio e sulla convinzione che la nostra pace si trova solo nella conformità con la sua volontà; di qui il consiglio che egli dà, di accettare con amore la situazione in cui ci troviamo.

Francesco D’Assisi

 

Anche Madre Teresa di Calcutta, incrollabile esempio di fede e dedizione a Dio, passò gran parte della sua vita in quella che lei definisce “notte oscura” e che sentiva come una condizione dell’anima pregna di solitudine, che la costringeva a lottare con tutte le sue energie spirituali pur di mantenere viva e forte la sua Fede. E fu proprio la Fede a salvarla e poi ad esserle di conforto nei periodi più bui della sua vita.

Scriveva nel 1955:” Dentro di me è tutto gelido. È tutto gelido. E’ soltanto la fede cieca che mi trasporta, perché in verità tutto è oscurità per me”.

E ancora nel 1957: “Voglio sorridere persino a Gesù, così da nascondere se possibile il dolore e l’oscurità della mia anima anche a lui”. Insomma, una condizione perenne non certo una crisi passeggera; questa oscurità profonda in cui versava costantemente, nel tempo, diventò però sua compagna e Madre Teresa cominciò ad amare anche lei. Ciò le permise di comprendere una parte infinitesimale del dolore che Gesù fu costretto a provare quando scese su questa terra.

Visse (anche lei), per anni in questa costante “oscurità”, sentendosi abbandonata da Dio ma decisa ad amarlo come non era mai stato amato prima; la sua fede eroica e salda, la sua fedeltà, il coraggio e la gioia durante questo doloroso percorso fanno risaltare ancor più la sua santità. Teresa comprese che l’”oscurità” era il “lato spirituale del suo lavoro” che iniziò proprio quando si dedicò ai poveri e continuò sino alla fine della sua vita, sempre contraddistinta da una profonda unione con Dio.

La sua “notte oscura dell’anima” ebbe inizio nel 1949, con il servizio per i più poveri, contemporaneamente calò su di lei un’oscurità opprimente, una grande prova interiore che la portò a dire:” C’è tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore , senza zelo….Il Cielo non significa nulla per me: mi sembra un luogo vuoto!”

Questa prova interiore ebbe in Madre Teresa delle caratteristiche particolari, poiché non fu una prova iniziale, una purificazione dell’anima, come è avvenuto in tanti santi, (che l’avrebbe portata ad una profonda unione mistica dopo alcuni anni) ma fu invece il suo stato permanente fino alla morte.

Possiamo quindi comprendere che, al di là della chiave mistica usata per interpretare la notte oscura dei santi, legata soprattutto ad una vulnerabilità della fede in Dio, la notte oscura dell’anima è uno stato comune all’uomo che descrive la sua fragilità, la sua instabilità e la precarietà di tutto ciò che è legato al mondo materiale. Perché è proprio quando crediamo di aver afferrato e consolidato ogni sicurezza che sopraggiunge un evento che fa crollare tutto come un castello di carte; così l’uomo sprofonda nella più completa disperazione, disorientamento, solitudine, abbandono, in quanto avendo fatto l’errore di identificarsi con ciò che è diventato, entra in crisi perché ha perso la sua vera identità.

Madre Teresa di Calcutta

 

Tratto dalla Tesi di Daniela Manfredi dal titolo “IL SESTO SPECCHIO ESSENO

  - La notte oscura dell'Anima e il viaggio interiore alla scoperta di sé “.

Daniela Manfredi si è diplomata alla Scuola di Lettura dell’Aura - Metodo Lecopea ©.

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