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- LA SORGENTE DEL SILENZIO -

Essere un operatore olistico

23/10/2015

 

Essere un operatore olistico rappresenta l'impegno di concretizzare, in collaborazione con gli altri e attraverso l'utilizzo dei miei talenti e delle mie caratteristiche personali, una civiltà umana eticamente rinnovata, con una qualità creativa e vitale nuova, con un approccio all'esistenza trasformato. Fondamentalmente, una collettività che procede intensamente sulla sua via di guarigione. Se ciò che proietto nel mondo è una forte sensazione di separazione, accade perché essa è alla base di tutto ciò con cui sono stato condizionato da quando ero bambino. Il fare risorgere in me quella sensazione di potente gioia che provavo in me appena nato, è la spinta più forte che possa percepire da quando ho iniziato a fare i primi passi su questo pianeta. Ricordo una profonda sensazione di appartenenza, di unione, di fusione con il Tutto, di un dissolvermi nel Nulla e nel Vuoto, senza né un luogo e né un tempo, una situazione stracolma di luce. Una felicità infinita, un essere senza confini, infinito ed eterno. Uno con l'Universo stesso, con la Sorgente. Proprio perché questo forte ricordo di quel sentire, fa sorgere in me una profonda nostalgia, il desiderio di ritornare di nuovo e sempre di più a dissolvermi in quella totale sensazione, diventa la potente spinta a ricreare ciò da cui provengo (e da cui, credo, anche tutti gli altri esseri umani provengano). Questo è l'impulso stesso che mi porta oggi, come operatore, a stimolare e a predisporre nelle persone le loro risorse individuali, perché ognuna di loro possa, in sintonia con le proprie capacità, predisposizioni e storie personali, attingere di nuovo a quella Sensazione. Poiché, nel profondo o nel sottile, qualunque tipo di squilibrio, su qualunque livello fisico, emotivo, mentale, energetico, esso si manifesti, sorge sempre dall'ancestrale sensazione di separazione, che più o meno intensamente, vibra nel cuore di ogni essere umano.  Ecco che cosa rappresenta per me essere un operatore olistico. A volte mi sento un po' come il mio bisnonno contadino. Aveva le mani rugose e la pelle, d'estate, arsa dal sole. Amava la Terra. Come i suoi avi. Con impegno la predisponeva. Prima di parlarle, l'ascoltava. Poi, quando lei lo chiamava, lasciava che i semi raggiungessero il suo grembo. Non aveva aspettative su di lei, se non l'augurio a se stesso di arrivare a vedere il sorgere del sole, nell'alba del giorno seguente. Benché lui sapesse, a modo suo, che tutto quello che faceva ogni giorno creava delle conseguenze a se stesso e a chi gli viveva intorno, era consapevole di un fatto importante. Ogni giorno se lo ricordava: lui, che era un contadino, non aveva il potere di fare germogliare i semi! Eppure li aveva lanciati nell'aria, perché cadessero sul grembo della terra. Anche se conosceva il suo lavoro fin da bambino, lasciava che la magia della natura accadesse. Non s'intrometteva mai. Non si metteva mai in mezzo, tra i semi e la natura. Lui era un coltivatore. Un contadino. Sapeva di non essere l'artefice della Vita. Così, proprio per la magia della Vita, accadeva che i germogli, ognuno nel momento e nel modo che era giusto per ciascuno di loro, germogliavano!

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